By Published On: 28/06/2022Categories: Libri
libro isole dell'abbandono vita nel paesaggio post-umano di cal flyn edito da blu atlantide

Isole dell’abbandono. Vita nel paesaggio post-umano” è un saggio dell’autrice scozzese Cal Flyn, recentemente uscito in Italia per Blu Atlantide con la traduzione di Ilaria Oddenino.

Avendo intuito già dal titolo di cosa trattasse, per me è stato amore a prima vista. L’impressione è stata poi confermata dalla lettura della sinossi:

Dove l’umanità scompare, la natura prospera. Una piccola speranza si nasconde nei luoghi più devastati del pianeta, e ha la forma di un germoglio verde nato sul cemento, dell’inaspettato ronzio di un insetto, del colpo di coda di un pesce che si inabissa in un lago velenoso. Dalla Chernobyl post-nucleare alle più remote isole scozzesi, passando per gli avamposti industriali di Detroit e le sue case abbandonate, le montagne della Tanzania e i grandi fiumi inquinati degli Stati Uniti, fino alla martoriata Verdun e alle regioni minerarie della Scozia, Cal Flyn traccia la sua personale topografia delle isole dell’abbandono. Nella devastazione che il progresso umano e tecnologico lascia dietro di sé la vita riprende a poco a poco il suo dominio sulle cose, mostrandoci da un lato la transitorietà dell’impatto dell’uomo sulla Terra e dall’altro la speranza di una natura che torni in possesso di ciò che le è stato tolto. Reportage brillante sul futuro che ci aspetta, e racconto di un nitore cristallino dei luoghi più remoti del pianeta, Isole dell’abbandono è lo straordinario resoconto degli errori dell’umanità, dell’indistruttibilità della vita e del nostro rapporto con l’ambiente che ci ospita.

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I non-luoghi del libro

Parlare di questo libro può essere facilissimo oppure difficilissimo al tempo stesso, a seconda dei temi che si vogliono includere nel farlo. C’è talmente tanto in questo saggio che ci si potrebbe limitare a fare un riassunto dei luoghi di cui l’autrice parla. Ma così facendo si lascerebbero fuori tutte le questioni etiche e filosofiche che l’autrice stessa affronta, le domande che pone e, in parte, le risposte che dà.

Riusciremo a salvare la Terra o finiremo con il distruggerla? La natura, che ci stupisce sempre, avrà la forza di rialzarsi davanti a tutte le offese subite? E comunque vada, qual è il nostro ruolo in questo processo?

Questi sono solo alcuni dei temi su cui Cal Flyn si interroga e ci spinge a interrogarci. Le sue isole dell’abbandono – luoghi sparsi per tutto il globo in cui queste domande trovano le risposte più diverse – sono il punto di partenza per una riflessione che trascende lo spazio e il tempo.

Non so dire quanto io abbia amato questo libro senza semplificarlo, togliendogli forse un po’ di poesia. È un reportage straordinario che ci mette davanti ai peggiori disastri ecologici di tutti i tempi e insieme ci restituisce l’immagine di una natura indomita, libera di svilupparsi lontana dalla presenza distruttiva e ingombrante dell’uomo.

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Per dirla con le parole dell’autrice:

Queste sono storie di redenzione, non di restaurazione. Sono luoghi che non torneranno mai più a essere ciò che erano, ma ci offrono la possibilità di osservare i processi di riparazione e adattamento e, cosa ancora più preziosa, ci regalano speranza. Ci ricordano che, anche nelle circostanze più disperate, non tutto è perduto.

Cal Flyn

A seguire ho voluto raccogliere le dodici isole dell’abbandono visitate e descritte da Cal Flyn nel suo libro. Durante la lettura, infatti, ho sentito la necessità di andare a cercare tutti i posti descritti, in modo da poter dare anche un’immagine concreta a quelle parole (anche se nel libro è già presente un inserto fotografico).


Si tratta di luoghi incredibili, tutti molto diversi tra loro, accomunati dall’assenza o dalla presenza marginale dell’essere umano. La loro bellezza non sempre è immediatamente percepibile, ma se pensate al miracolo straordinario compiuto dalla natura, non potrete che guardarli con occhio diverso.

Se non avete ancora letto il libro, spero che questo post vi faccia venire voglia di leggerlo. E se invece lo avete già letto, spero che possa completare la vostra esperienza.

1. Isole del Forth, Scozia

Inchkeith è un’isola del Fifth of Forth, a circa sei chilometri da Edimburgo. In passato, quest’isola ha avuto una storia molto movimentata, infatti è stata rispettivamente: la sede di una “scuola dei profeti” paleocristiana; un luogo di quarantena per i malati di sifilide; un ospedale per gli appestati; una prigione; una fortezza militare.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale fu abbandonata e oggi è un luogo di grande rilevanza ambientale, in particolare per la nidificazione degli uccelli marini, ma anche per la presenza di foche, insetti e specie rare per la flora e fauna locali.

2. Le Cinque Sorelle, Lothian Occidentale, Scozia

Le Cinque Sorelle sono delle montagne artificiali create dall’accumulo di detriti, scarto dell’industria petrolifera che si sviluppò nella seconda metà del 1800 in questa parte della Scozia. Siamo a 25 km da Edimburgo e queste vette, un tempo considerate delle brutture dal punto di vista paesaggistico, oggi si sono incredibilmente ricoperte di verde e di vita.

Luoghi che non erano altro che discariche abbandonate a se stesse, oggi sono un richiamo per piante e animali selvatici, incluse diverse specie rare.

3. Harjumaa, Estonia

Harjumaa si trova nell’Estonia rurale, luogo che un tempo ospitava i kolchoz sovietici: fattorie collettive che rappresentavano il cuore dell’agricoltura locale e che – nella teoria – servivano ad aumentare la produzione e riscattare i contadini dalla servitù. Di fatto, la collettivizzazione di queste terre portò milioni di persone alla fame, generò carestie e disordini civili.

Quello che oggi ne resta sono palazzoni e fabbricati agricoli in pieno stile brutalista. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, molti di questi terreni vennero abbandonati, lasciando il passo alla natura che si è lentamente ripresa i propri spazi.

4. Chernobyl, Ucraina

Quello di Chernobyl è l’incidente nucleare più grave della storia e ancora oggi è l’ambiente più radioattivo in assoluto sulla faccia della Terra. Quando la notte del 26 aprile 1986 esplose il quarto reattore della centrale, fu colpita ogni forma di vita nel raggio di chilometri, solo per parlare delle conseguenze nell’immediato.

Oggi tutta la città di Pripyat, dove si trovava la centrale nucleare di Chernobyl, è una “zona di alienazione”, dove è interdetto l’accesso ai non autorizzati. Eppure, nonostante questo, la vita è ripresa in forme nuove e inaspettate.


5. Detroit, Michigan, Stati Uniti

Nel 1950, con quasi due milioni di abitanti, Detroit era la quarta città degli Stati Uniti per dimensioni. In quegli anni l’industria automobilistica era in pieno slancio, e in città erano presenti enormi stabilimenti industriali che favorivano la crescita demografica e la prosperità del posto. Ma con l’arresto dell’onda produttiva, la città andò rapidamente al collasso. Oggi la popolazione di Detroit è passata dalle 1.850.000 persone degli anni Cinquanta alle 670.000 del 2019.

Ciò ha reso Detroit una città in decomposizione. Con i suoi quartieri, case e spazi abbandonati, ha dato vita al fenomeno del “blight”, una parola usata per descrivere questo stato di profondo degrado. Dove, in modo sorprendente, si sono create delle praterie urbane ricche di biodiversità.

6. Paterson, New Jersey, Stati Uniti

Paterson è la prima città di fondazione industriale degli Stati Uniti, in altre parole si può definire il cuore del capitalismo nonché il cuore dell’America moderna. Qui si alterò profondamente l’aspetto del paesaggio per sfruttare la forza delle cascate come energia per i mulini delle fabbriche tessili. Quel che resta è un territorio deturpato, costellato di fabbriche abbandonate e acque avvelenate dalle sostanze tossiche usate nella manifattura.

Oggi questi luoghi sono diventati la casa di chi vive ai margini della società, in un certo senso si può pensare a queste ex-fabbriche come uno spazio di libertà, senza regole e aspettative. E in questo scenario anche la natura, ovviamente, approfitta dell’anarchia totale per espandersi liberamente.

7. Arthur Kill, Staten Island, Stati Uniti

Più a sud di Paterson, dove il fiume Passaic incontra il mare, c’è un altro disastro ecologico a ricordare la decadenza dell’eredità industriale. Nello stretto di Arthur Kill giacciono i relitti di più di cento navi dall’aspetto spettrale: rosse di ruggine, inclinate, emergono come carcasse dalle acque basse e fangose. Sono il simbolo di tempi passati, di un’industria che ha visto tempi migliori e poi è decaduta, lasciando tracce indelebili nel paesaggio.

Un cimitero di navi che custodisce un accumulo silenzioso di sostanze chimiche tossiche come la diossina sepolte nella fanghiglia, eredità delle attività che in passato si svolgevano lungo il fiume. E anche qui, nonostante tutto, uccelli marini, pesci, crostacei e piante hanno ricostruito il proprio habitat, popolando questa zona in modo inaspettato.

8. Zona Rouge, Verdun, Francia

Verdun è passata alla storia per essere stata il luogo della peggiore battaglia della Prima Guerra Mondiale: è qui che nacque il termine “ultraviolenza”, con uccisioni su scala industriale e la più alta percentuale di vittime in quel dato perimetro. Al termine dei bombardamenti, il paesaggio era completamente annientato: una landa desolata in cui furono esplosi più di 40 milioni di colpi d’artiglieria in quattro anni.

Dopo la guerra quest’area, solo minimamente bonificata da tutte le bombe inesplose e dalle armi chimiche sepolte, è stata delimitata e interdetta al pubblico. Si decise di ricopri