Fuori o dentro, il muro che ci divide

In questi giorni sto leggendo "Una stanza tutta per sé" di Virginia Woolf, un libro che mi è stato "imposto" per motivi universitari e che in principio ho iniziato a sfogliare con aria scocciata sentendolo come un obbligo - succede sempre così - . Devo confessare che sì, ero prevenuta nei suoi confronti, e vuoi per questo stato mentale, vuoi per un impatto non proprio scorrevole, il primo capitolo è stato un po' come una tortura che procedeva a rilento. Poi, sul finire del capitolo in questione, ho letto una riflessione che ha portato la mia mente molto lontana dal punto di partenza:

"[...] e pensavo com'è spiacevole rimanere chiusi fuori; e poi quanto deve essere peggio rimanere chiusi dentro; [...] "

Woolf si riferiva a tutt'altro, al sistema patriarcale, ai meccanismi di potere che l'uomo ha costruito per sé rimanendovi infine intrappolato dentro, schiavo di esso e dei suoi limiti; e allora, osserva la scrittrice, tutto sommato è meglio essere donna, essere esclusa da tutto ciò, ma poter conservare la propria libertà e riuscire ancora a guardare qualcosa di bello senza desiderare automaticamente di possederlo e sottometterlo.
Ma dopo tutto ciò non è valido anche e soprattutto nelle relazioni interpersonali? Non si può applicare anche all'amore? Quante volte soffriamo per il fatto di essere chiusi fuori dalla vita di qualcuno, imploriamo per farne parte, ci facciamo del male tentativo dopo tentativo pensando a quanto tutto ciò sia spiacevole; ebbene, non è forse peggio la condizione di chi in quel mondo vive come in una trappola? Chi guarda solo a se stesso, pensa alle proprie miserie, vive i propri insuccessi senza riuscire ad aprirsi agli altri? Io direi che sì, è decisamente peggio. E allora ricomincio a guardarmi intorno, a metà tra malinconica e sollevata, un po' dispiaciuta ma dopo tutto rassegnata all'idea che non è lecito pretendere dagli altri più di quanto essi non siano disposti a darci, come ci insegna Il Piccolo Principe.
Mi siedo, rifletto, riprendo in mano le fila della mia vita e spero che prima o poi quel muro che divide il fuori dal dentro crolli, cosicché saremo liberi di esserci e basta, senza confini a ricordarci da che parte siamo.

8 comments

  1. Iris Tinunin 3 maggio, 2013 at 15:16 Rispondi

    le tue parole fede, sono meravigliose.. uno dei libri che più ho amato è stato la solitudine dei numeri primi e anche in quello, in certi punti, si parlava di colori i quali stanno chiusi in se stessi e non lasciano spazio a chi implora di far parte della loro vita. lì più che un muro si parlava di un fossato, un burrone scavato tutto intorno che chi prova ad avvicinartisi ci cade dentro.. quelle persone che sono praticamente dei torrioni “umani”.. bisogna lasciarci avvicinare tanto quanto bisogna sapere quando doversi allontanare.. questo è ciò che penso 🙂

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  2. Bieffeblog 5 maggio, 2013 at 15:29 Rispondi

    E’ proprio vero che a volte ciò che sembra ‘noioso’ in un primo momento poi risulta interessante. In questo momento io sto leggendo ‘Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero’,autore Vasco Brondi,un cantautore. Amo la sua musica,e soprattutto i suoi testi. Ti consiglio di ascoltarlo,sa essere molto profondo 🙂 Fammi sapere,buona domenica :*

    bieffeblog.blogspot.it

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